La periodista algueresa Daniela Sari va escriure, durant els anys en què va treballar a la "Nuova Sardegna", uns interessantíssims articles que volien explicar i difondre, a tots els lectors sards, la identitat diferencial catalana de l'Alguer. Un d'aquests escrits fou dedicat a recordar “el Retrobament", i va ser publicat el dia 10 d'abril de 2004. L'article es va titular "L'amistat amb l'Alguer la fidelíssima" i, per respecte a l'autora, el reproduïm en la versió original italiana. L’amicizia con «Alguer la fidelíssima»

A Girona lo citano ancora come il «Retrobament», il ritrovamento. E gli anziani ne parlano con affetto, ricordando un viaggio in nave di più di quarant’anni fa, da raccontare in un catalano dolce e cadenzato, tanto simile a quello dei «fratelli» algheresi. È la riscoperta che la moderna Catalogna fece di Alghero, «L’Alguer la fidelíssima». Arrivarono in tanti quel giorno del 1960, animati dalla scoperta di una terra lontana eppure culturalmente vicinissima. Dove nessuna dittatura vietava di parlare, scrivere, cantare in catalano. Sono antichi i fili che legano questa parte di Catalogna ad Alghero, e che oggi sono rinsaldati dal turismo, dallo scambio facile garantito da un volo low-cost quotidiano che spesso registra il tutto esaurito.
Ma se la memoria del popolo è di questi decenni, quella di appassionati e studiosi va oltre i recenti apparentamenti tra la costa di Sardegna e quella di Spagna. Ricorda, confortata dai documenti, la storia più antica. Quando nel buio del medioevo Alghero smise di essere la rocca dei genovesi Doria per diventare terra di ripopolamento catalano, stretta da mura e bastioni. Un isolamento anche linguistico che smise di esistere sotto il dominio Sabaudo e nel tempo i «fratelli» continentali dimenticarono la piccola Alguer. Sino al primo e sorprendente «Retrobament», datato al 1887. Eduard Toda, diplomatico di Reus con una lunga carriera in giro per il mondo, arrivò in quel piccolo borgo di pescatori e scoprì con stupore che lì si parlava la stessa lingua della sua patria lontana. L’anno dopo firmò il libro «Un poble català d’Italia, L’Alguer». Fu una scintilla che scatenò fiamme culturali. Dagli entusiasmi del colto diplomatico nacque ad Alghero nel 1902 la «Agrupació Catalanista de Sardenya», movimento letterario che contò tra le sue fila intellettuali, poeti e artisti tenuti in gran considerazione dalle due parti del mare. L’alba del secolo fu fertile terreno di scambi, e numerosi si contarono gli studi, le pubblicazioni, gli incontri convegnistici e letterari. Ci fu persino il breve esperimento di un giornale, «La Sardenya Catalana», scritto da algheresi e pubblicato a Barcellona. Ancora, le rime in catalano si inseguivano in giro per il mondo con i «Giochi Floreali», gare in versi che suscitavano gran seguito. Le cronache lamentano un affievolimento dei rapporti negli anni a seguire, sconvolti dalle guerre. Poi da una parte arriva la dittatura franchista, severa nei confronti della cultura catalana, dall’altra un lento dimenticare, pur continuando a parlare un algherese radicato tra il popolo ma, come ogni lingua viva, in continuo mutamento. Fino al 1960. Quando un gruppo di catalani organizza un viaggio ad Alghero. Tutti su una grande nave, a salutare i vecchi bastioni dal mare, sventolando le bandiere giallo-rosse. La risposta è calorosa, e segna la rinascita di rapporti mai del tutto spezzati. Non colonialismo culturale, ma un’occasione perché gli algheresi riscoprissero affetti legati ad una matrice antica, pur rispettando una storia anche linguistica personale, sviluppata nei confini sardi. La musica è un buon mezzo, e nella Barcellona di quegli anni si incide perfino un disco di canzoni algheresi, piccola raccolta di liriche interpretate dal «Grup coral de l’Agrupació Catalana d’Itàlia», che vuole riprendere la tradizione illustre dei seguaci di Toda. Ancora una volta è scintilla di facile presa. È subito un fiorire di gemellaggi e iniziative culturali, che dalla lingua (oggi riconosciuta come minoranza e ben coltivata nelle associazioni e nelle scuole di algherese), si spinge fino alle tradizioni. Su tutte la Settimana Santa, che regolarmente diventa occasione di visite e contatti tra le confraternite religiose, tra le prime a cogliere il senso più profondo di questo rapporto. Non stupisce trovare nei negozi di Girona e dintorni i dischi delle nuove voci algheresi, quelle che il mercato italiano talvolta apprezza ed etichetta come world music, ma che qui fanno bella mostra negli scaffali della musica etnica locale e vanno via come il pane. Ed è di questi giorni la notizia che il Parlamento Catalano ha convocato le associazioni algheresi per fare un punto comune sulla lingua.
La Catalogna non ha mai smesso di tutelare la propria identità culturale, sino al punto che ogni catalano che si rispetti ha il proprio documento di riconoscimento. Lo si può richiedere anche nella piazza di Girona, a due passi dal Municipio che rappresenta l’autorità spagnola. Per il governo nessun valore, per il popolo un punto d’orgoglio. Una foto, una firma e una piccola offerta: l’iscrizione è aperta a tutti i catalani di Spagna e, naturalmente, agli algheresi.
DANIELA SARI















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Així, per exemple, l'obra de Tanit Plana (Barcelona, 1975) és l'enregistrament d'un vídeo en què diverses dones sardes rememoren, vestides amb el seu vestit de noces, el seu casament; cosa que permet recordar les seves il·lusions, les seves esperances, però també les frustracions. També és el cas de Lídia Dalmau (Altafulla, 1976) va convidar a una seixantena de persones de Sàsser i els seus voltants -també hi ha un alguerès, que parla en la seva llengua- que rememoressin la seva habitació on dormien de petits, això és, a recordar tot allò que hi era al voltant d'aquella cambra i totes les coses que s'hi relacionaven. Les propostes dels altres artistes, certament, d'una manera semblant, proposaven aquest acostament de l'art a la gent gràcies a la seva participació en la creació de la mateixa obra, essent subjectes actius de la seva existència.


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