
Com ja vam comentar en una nota anterior, la periodista algueresa Daniela Sari va escriure, durant una bona temporada, al diari "La Nuova Sardegna", una sèrie d'articles sobre la condició catalana de la ciutat d'Alguer. Hem decidit reproduir, ara que s'acosta la Setmana Santa, un article en què l'autora explica i reflexiona sobre la presència catalana, arran la visita d'una Confraria de Girona a l'Alguer, en els rituals de celebració de la Setmana Santa a la seva estimada ciutat. Aquests escrit fou publicat el dia 10 d'abril de 2004. L'article es va titular "L'ànima catalana de l'Alguer" i, com l'altra vegada, per respecte a l'autora, el reproduïm en la versió original italiana.
L'anima catalana di Alghero
Preparano gli abiti, «les vestes», con la cura di chi sa che indosserà la storia. I cappucci appuntiti, i mantelli, i segni della fede.
Sono gli uomini e le donne delle confraternite di Girona, la «Junta de confraries». Lavorano tutto l’anno per organizzare i riti della loro Settimana Santa, famosa in tutto il mondo al pari di quelle di Valencia, di Siviglia e del resto della cattolicissima Spagna. Ma come ormai tradizione, alcuni di loro non saranno qui con gli altri a sfilare per le stradine medioevali di Girona, appoggiate sulle sponde del piccolo fiume che attraversa la città. Piegheranno in valigia «les vestes» e le porteranno fino ad Alghero, per partecipare alle processioni notturne illuminate dalla luce tremula dei «farols» rossi. È il segno più forte ed intimo dell’unione profonda di una cultura separata nei secoli dal mare e dalla storia. Un rapporto che si rinnova da decenni con radici in tempi lontani, tra cronaca e leggenda. E che lega l’immagine del venerdì santo algherese anche alle figure inquietanti degli incappucciati di Catalunya, che nascondono il capo in segno di lutto per partecipare al funerale di Cristo, e svelano il volto solo nei momenti festosi della mattina di Pasqua. Accompagnano nei riti i «Germans Blancs» della Confraternita della Misericordia di Alghero, che da sempre curano nei dettagli la sacra rappresentazione dei giorni della Passione. Lo fanno in modo severo, i confratelli algheresi. Concependo ogni momento del rito come uno svolgersi di elementi simbolici, di dettagli che si tramandano immutati da secoli. Nello stesso tempo, a differenza di altre celebrazioni simili che si svolgono con solenne austerità in tanti centri della Sardegna, l’appuntamento di Alghero rivela in ogni tratto la vocazione da festa barocca.
Vero è che il significato più profondo della Settimana Santa è nel senso di immedesimazione del fedele nella vicenda base della cristianità. Ma ogni popolo la ridisegna secondo il proprio linguaggio culturale, esaltando caratteri peculiari. Così nei vicoli stretti e scuri de «L’Alguer vella» si consuma un rituale che affianca al silenzio il gusto della musica, della litania cadenzata, del gioco suggestivo di luci di candela. Lo stesso spirito che anima le processioni di Girona, popolate di incappucciati. Ottantamila abitanti e ben dodici «Confraries», con nomi suggestivi che citano il sangue e la Passione, il dolore e la morte. Si riuniscono nella Chiesa «dels Dolors», in un centro storico prezioso, mosso da scalette ripide che si arrampicano attraverso quella che un tempo fu la rocca. E come i «Germans Blancs» nell’oratorio algherese della Misericordia, qui le Confraries custodiscono la loro memoria. L’Alguer ha il Cristo di Alicante, quello del naufragio del veliero Santa Maria di Montenero. Diretto a Genova, un giorno del 1606 «scelse» di fermarsi ad Alghero, e sul recupero del suggestivo simulacro dalle braccia mobili, tuttora protagonista del rito del «Desclavement» in Cattedrale, storia e mito si intrecciano strettissimi. Raccontano la verità delle cronache d’epoca, con la descrizione del salvataggio della cassa per intervento dell’Arciprete Muñoz, e parallelamente narrano che dopo la terribile tempesta furono le acque ormai calme del porto a riconsegnare il prezioso carico. Ma solo i «Germans», miracolosamente, poterono portarlo a terra. Girona affida la sua memoria religiosa ai carri, le cui origini si perdono nelle pieghe del tempo. Grandi, imponenti, da spingere pericolosamente lungo le discese ardite della città vecchia. Portano le ricostruzioni in legno a grandezza naturale della Passione, con abbondanza di martiri e santi e perfino lunghe teorie di angeli, che fanno da scorta al funerale di Cristo e con gesto imperioso chiedono il silenzio. Il loro carro è così grande che può entrare ed uscire dal portale della chiesa solo grazie ad un complicato sistema idraulico, che cambia le altezze. La notte del venerdì santo sfilano tra le preghiere dei confratelli, alla luce delle candele. La mattina di Pasqua vengono ricoperti di fiori. «Ma nulla a che vedere - precisano i confrares - con i carri danzanti e coloratissimi di tant’altra parte di Spagna. Qui conserviamo un profondo senso religioso». Lo stesso senso religioso e di identificazione che porta le processioni catalane ad entrare dentro la storia della Palestina di Cristo. Alcune Confraries hanno la possibilità di prendere su di sé la colpa dei Romani e trasformarla in rispetto. Depongono «les vestes» e indossano elmi, pettorale e schinieri. Diventano «Manaies», legionari come Longino, che con la sua lancia trafisse il costato di Cristo in croce, e marciano per espiare quell’antico peccato. Quest’anno ad Alghero non ci saranno i «Manaies», e da Girona sbarcheranno solo i lunghi abiti con i cappucci della Purissima Sang, Sant Sepulcre ed El Silenci. Come consuetudine, ognuno di loro lascerà ai «Germans Blancs» una veste prima della partenza, perché in ogni anno a venire un algherese la possa indossare in processione. È ancora un simbolo: svela che, spiritualmente, quella Confraria è legata ai fratelli algheresi e sfila in preghiera per accompagnare il Cristo del naufragio.Daniela Sari
0 comentaris:
Publica un comentari